Ebbene, sì: non ero a conoscenza del fatto che Iggy Pop sarebbe venuto in Italia, e per di più in Puglia.
O meglio, non ne ero a conoscenza fino a due ore prima del concerto.
Incredibile, ma vero. Per una di quelle strane coincidenze che fanno perdere di vista proprio gli eventi più clamorosi che accadono a poca distanza da sé.
Bene, quando alle 19.15 del 17 giugno 2005 mia sorella mi riferisce che l'Iguana avrebbe tenuto di là a due ore un concerto a Melpignano (a pochi chilometri da Lecce), penso ad uno scherzo. Cerco su Internet: non è uno scherzo. La mia scarsa frequentazione recente di concerti mi aveva portato a non venire a conoscenza di un evento biblico.
Bene, dall’incredulità alla disperazione il passo è breve.
Segue una concitata fase di ansia, ancora memore del fatto di non aver potuto vedere il concerto di Lou Reed a Bari qualche anno prima.
Dopodichè, la decisione: non potevo perdere un evento del genere anche stavolta.
E, soprattutto, la vita è corta. Troppo per poter vedere una leggenda del rock (non certo i Rolling Stones, in senso dispregiativo per gli Stones) ancora in azione.
In breve la decisione: c’è ancora tempo per arrivare a Melpignano in orario, ci andrò da solo. Mia sorella però decide di accompagnarmi: anche lei è una di quelle persone ultratrentenni che Iggy Pop l'hanno sempre conosciuto, ma mai visto dal vivo.
Alle 19,30 si parte da Bari, imballo i settanta cavalli scarsi della Xsara diesel fino al massimo possibile, e a velocità folle arrivo a Melpignano (a quasi 200 km di distanza) in un'ora e mezza!
Arrivo giusto in tempo per vedere il secondo gruppo , tali Mando Diao, svedesi, decisamente duri, dalle tonalità tardo-sixties e molto di tendenza. Ma pur sempre delle copie tardive.
Perché dopo un po', si passa all'originale: Iggy.
Sale sul palco fra il boato della folla, lanciando anatemi generici d'ordinanza ("Fuck you, motherfuckers! Fuck everything!"). Assai scenico, magari in parte preparato, sicuramente in parte spontaneo. Perché Iggy, questo sì, non è mai stato un patetico ipocrita come altre vecchie cariatidi del rock. .
Fra il pubblico spicca uno striscione degli anarchici: "Fuori dalla galera! No ai centri di permanenza temporanea". Iggy, perplesso, prova a leggere e a fare uno spelling ("forih di galeirah?!"), dopodichè fa giustamente mostra di non aver capito una mazza, com'è giusto che sia, e torna al suo sporco mestiere. Non c'è tempo per slogan e proclami che non c'entrano nulla, quel che conta è un’altra anarchia: la sua, personale, sciamanica, apolitica e folle.
Età media del pubblico sui vent'anni, con gruppi ben nutriti di giovani brilli; alcuni trentenni rockettari come il sottoscritto sono sparpagliati e mimetizzati in non più di due-tre unità per gruppo (si sa che, arrivati ai trent'anni, molti preferiscono darsi al jazz da locale di lusso), restii a impelagarsi nel carnaio delle prime file ma decisi a godersi ugualmente lo spettacolo. Spicca qualche testa bianca: mi colpisce in particolare una coppia, lui sessantenne calvo in polo gialla e occhialetti, lei compassata signora con aspetto anonimo da casalinga tarchiata e colpi di sole da parrucchiere da poco: entrambi, tenendosi bene alla larga dalla "zona pogo", scuotono la capoccia spelata al ritmo della musica, sornioni e soddisfatti, come a dire "noi c'eravamo, allora". Perfetti rocker sopravvissuti in incognito, travestiti da pensionati col giornale. Assolutamente insospettabili.    
  La scaletta comprende gran parte dei brani dei primi due album degli Stooges. "I wanna be your dog" è ovviamente il brano più cantato dal pubblico, e Iggy lo canta con ferocia immutata.
Poca roba dei lavori recenti, fra i quali una bella "Little Electric Chair". Peccato che manchino all'appello i brani del terzo album stoogesiano, sgradito a Ron Asheton, quindi niente "Raw Power", né "Search and destroy". Ma non fa niente, tanto poi basta una "No Fun" perfetta a rammentare agli astanti più giovani che quel brano non è dei Pistols (perché capita, sai!).
Iggy si agita, si scopa l'amplificatore come da copione, mette in scena la solita danza sabbatica e si tira su il pantalone ad altezza pube ogni cinque minuti. Per un minuto sparisce dal palco per finire chissà dove: lo si ritrova nei maxischermi che prende a testate la telecamera.
Ron Asheton è un panzerottone imbolsito dalle guance e mani gonfi e dalla bocca e dagli occhi piccolissimi, avvolto in una camicia a scacchettoni taglia supersize: lo si potrebbe scambiare per un tipico obeso americano. Le sue manone fanno sembrare la sua chitarra piccolissima, quasi un giocattolo: non ha nulla in comune con il giovane ed efebico Ron Asheton che ci osserva da dietro i suoi Ray-Ban sulla copertina del primo album degli Stooges.
Scott Asheton è un vecchio raggrinzito, anch'egli sovrappeso (meno del fratello) e con un'espressione scazzata dietro la batteria, sembra suonare controvoglia. Tuttavia entrambi fanno bene il loro dovere, come dire, ancellare. 
L'Iguana sembra invece aver fatto un patto col demonio: mentre i suoi compagni sono ormai decadenti nel fisico, lui è ancora secco e guizzante come un agile vampiro che si nutre del loro sangue.
Solo in un momento crea preoccupazione: per un attimo arranca a terra annaspando con le braccia, cercando invano di risalire sul palco, unico segno impercettibile dei suoi 58 (!) anni in tutta la serata.
Ma è solo un attimo, e l'Iguana continua a dimenarsi, facendo per di più salire cani e porci sul palco: il pubblico più giovane accetta l'invito.
Mi colpisce in particolare un ragazzo: balla come lui, ha lo stesso fisico apollineo di Iggy da giovane, sembra la sua fotocopia.
Lo abbraccia, e Iggy risponde entusiasta. Passato e presente riuniti in un unico spazio senza tempo: il 2005 come il 1969, "the magic number" come annunciato prima dall'Iguana.
Il demonio ha età indefinita come Iggy, e brucia fino alla fine mantenendo il cuore in fiamme.
In mezzo al pubblico, qualcuno fa uno spettacolo di sputafuoco improvvisato, sputando benzina su di una torcia e rischiando di mandare arrosto le persone circostanti. 
Fine del concerto, Iggy se ne va buttando il microfono, ritorna per un bis, vuole ancora essere il nostro cane. Dopodichè la fine, quella vera, senza saluti né salamelecchi. Come doveva finire, è finita.
Ormai non ha più senso vedere i gruppi successivi, nemmeno mi ricordo i nomi. Me ne torno a Bari con nel cuore la pelle tesa del petto di Iggy, una sorta di Sacra Sindone del garage-rock più selvaggio con quarant’anni di battaglie incise sopra.    
Nei giorni successivi, mi chiedono dove fossi andato.
"A vedere Iggy Pop", rispondo.
Quattro persone su cinque rispondono: "Iggy chi?".
Non sanno chi sia Iggy Pop. Strano ma vero. Però sanno a memoria le canzoni dei Velvet (non Underground).
"The rock 'n' roll is burning in the shit". Parole sagge, Iggy.
Dopo di te, il diluvio.  

Di Michele Cuoccio



Dopo una impaziente attesa, nella splendida cornice del Piazzale degli Agostiniani, consumata prima con ascolti di primitivi suoni garage punk 60's sparati da un efficacissimo DJ, poi con il live sets dei Yumi Yumi (duo nipponico dedito ad uno scolastico quanto noioso punk) e Mando Diao (svedesi dall'energico rock n roll melodico), arrivano sul palco The STOOGES & IGGY POP, accolti dal puro delirio di una folla urlante.
La "recente" formazione classica, con Ron,Scott,Mike & Iggy  esplode puro godimento rock sin dal primo accordo (Loose) e tutto sembra intatto, immodificato dagli albori sino ad oggi: rabbia, furia sonora,aggressività selvaggia, disperazione.
Iggy schizza ovunque sul palco, danza come in preda ad una irrefrenabile liberazione della coscienza, dove solo il corpo animale  conosce gli istinti primordiali da festeggiare e consumare.  A stento i suoi aderentissimi jeans riescono a seguirlo  nella sua esplosione dionisiaca, nel suo viaggio sciamanico in cui invita il  pubblico estasiato  alla scoperta di un universo di pulsioni violente, sessuali, ribelli, sommerse e  finalmente liberate.
E' il Rock N Roll e lui il più grande interprete dello spirito che lo ha segnato, da sempre: il Rock N Roll non è Morto, e non lo sarà sino a quando ragazzi di tutte le età consumeranno sudore ed emozioni, sogni e delusioni sulle note di NO FUN o di quanti oggi hanno appreso la lezione di allora. Immersi nel viaggio allucinatorio si sciolgono brani da brivido come 1969, real cool time, down on the street, l.a. blues, fun house, t.v.eye, not right......; il gruppo non procede con una playlist  segnata e fissata su punti sicuri del palco, ma come un cieco uragano tocca i punti salienti della propria esperienza sonora, senza mai prendere respiro.
Tutto e subito, nessuna esitazione. Ho visto più volte Iggy volare sugli amplificatori, scagliarsi contro cameramen, distruggere aste e microfoni, scendere tra il pubblico, invitarlo a partecipare direttamente sul palco......ho visto onde umane superare transenne, soffocare e gioire, ho visto un palco gestito con grande generosità, per chiunque riusciva, del pubblico e non, a raggiungerlo......ho vissuto una esperienza unica, esaltante che come un sogno stupendo, è svanita troppo presto sull'ultima nota di I wanna Be your Dog, riportandomi in una realtà fatta solo di silenzio e ringraziamenti per Iggy e compagni.  

Di Toni Zellino

l'autore nel backstage..